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Zach Cregger — dopo aver diretto Barbarian e soprattutto l’acclamatissimo Weapons, un horror molto peculiare che è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista ad Amy Madigan — torna dietro la macchina da presa per firmare un nuovo reboot di Resident Evil, raccogliendo l’eredità del non esaltante capitolo del 2021 firmato da Johannes Roberts (Resident Evil: Welcome to Raccoon City).
Bryan, incarnato da Austin Abrams (già apprezzato proprio in Weapons), è un giovane corriere medico che riceve l’incarico urgente di recapitare del materiale biologico al Raccoon City Hospital. Durante il tragitto in montagna, sotto una copiosa nevicata, investe accidentalmente una donna che, subito dopo l’impatto, scompare tra gli alberi. Questo evento segna l’inizio di una notte da incubo: Bryan si ritroverà a lottare per la sopravvivenza in una città precipitata nell’inferno a causa di un’epidemia misteriosa e fulminea. Il virus ha modificato il DNA umano, dando vita a mostruosi infetti assetati di sangue e soggetti a orribili mutazioni.

Zach Cregger si smarca dalla saga videoludica
Cregger sceglie di non riproporre pedissequamente i personaggi storici della saga videoludica Capcom, smarcandosi dalle precedenti trasposizioni cinematografiche. L’operazione, tuttavia, omaggia appieno lo spirito dei giochi: una scena, ad esempio, mostra una stanza con una macchina da scrivere, iconico “luogo sicuro” che per i gamer di tutto il mondo significa salvataggio e tregua dai mostri.
I movimenti di macchina e le sequenze in soggettiva ricreano la componente immersiva di una partita pad alla mano, proiettando lo spettatore in un’atmosfera da survival horror senza fine. Il regista statunitense gestisce egregiamente sia i momenti ad alta tensione sia le scene body horror di forte impatto emotivo. Ottima anche la scelta del protagonista: Austin Abrams incarna il perfetto outsider, un ragazzo dall’aspetto del tutto inadeguato ad affrontare un’apocalisse di creature spaventose, ma immerso in un contesto da brivido intriso di sottile ironia.

Un Survival Horror tra gore, splatter e humor
L’arma segreta di Bryan è proprio l’ironia: merito dell’ottima sceneggiatura firmata da Shay Hatten insieme allo stesso Zach Cregger, capace di confezionare un survival horror ritmato, spassoso e ricco di sequenze memorabili. La gestione di situazioni bizzarre e inaspettate alza notevolmente il livello del film, mentre lo splatter rievoca il cinema horror degli anni ’80 con le sue trovate geniali e sperimentali (impossibile non pensare a Stuart Gordon). Gli effetti visivi, aggiornati ai tempi moderni, mostrano i muscoli della tecnologia attuale, regalando una sequenza in ascensore destinata a rimanere impressa.
Questo nuovo tassello nel franchise di Resident Evil potrebbe dividere i puristi della saga, ma non fa sconti sull’azione rutilante di un puro survival horror. Tra esperimenti della Umbrella Corporation, gore e splatter in abbondanza, il film saprà esaltare gli amanti del cinema di genere e gli appassionati del videogioco, trovando un punto d’incontro capace di conquistare un vasto pubblico.
Di Fabrizio Battisti


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