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Adam Wingard, dopo aver firmato la regia di Godzilla vs. Kong e Godzilla e Kong – Il nuovo impero, torna dietro la macchina da presa per dirigere Onslaught – Assalto finale.

Non solo torna al suo amore per il cinema di tensione, ma riabbraccia anche quello tracimante nell’horror, come già visto inThe Guest e You’re Next, senza tralasciare gli episodi degli antologici V/H/S, The ABCs of Death, V/H/S 2 e Blair Witch, degno sequel del suo capostipite.

Il cineasta statunitense realizza un film con uno stile e un’estetica davvero peculiari, frutto di un tributo al cinema d’azione e slasher di epoche passate, modellando però la sua visione di un linguaggio visivo e ritmico proprio del videoclip musicale. Di notevole impatto a tal proposito sono le canzoni in tedesco; su tutte, la versione teutonica di Paint It Black dei Rolling Stones, eseguita dal cantante ceco Karel Gott.

L’0perazione paperclip: la caccia alle menti del Terzo Reich

L’abbrivio del film mostra come, alla fine del secondo conflitto mondiale, molti scienziati provenienti dalla Germania nazista siano stati contesi tra Stati Uniti e Unione Sovietica, illustrando soprattutto come, attraverso l’Operazione Paperclip, la caccia alle menti del Terzo Reich abbia portato segretamente molti di loro ad abbracciare la causa a stelle e strisce.

Hans Kammler, interpretato da Dan Stevens, sembra essere un diretto discendente di quella stirpe maligna che perpetrava esperimenti agghiaccianti sugli esseri umani. In gran segreto, il Dottor Kammler è intenzionato a creare il soldato perfetto: ha riportato in vita tre marine pluridecorati, modificati geneticamente, che ormai non percepiscono alcun dolore fisico. Evasi da un laboratorio governativo segreto situato nel New Mexico, i soggetti erano stati commissionati da un’azienda privata che lavora per conto della Difesa americana. Lo scienziato tedesco desidera infatti portare avanti le teorie e le ricerche genetiche del credo nazista.

La connotazione dei tre super-militari tornati in vita assume tratti zombeschi, strizzando l’occhio ai B-movie d’antan e a sparatorie adrenaliniche ad alto budget. I risvolti spionistici danno vita a suggestioni che rivelano le fortissime ambiguità dei governi (in questo caso quello statunitense) che hanno segretamente assorbito e continuato quel tipo di ricerche e personale altamente specializzato nel dopoguerra.

L’eredità scientifica nazista in un presente inquietante

L’eredità scientifica nazista irrompe in un presente inquietante dove Kammler e sua moglie, portata in scena da Rebecca Hall, rappresentano un’élite malata che si diverte a creare mostruosità per sterminare il genere umano. A mettere i bastoni tra le ruote al progetto c’è Celeste, ex cecchino dell’esercito (alias Adria Arjona, già apprezzata nella serie TV Andor), che fa di tutto per proteggere sua figlia dall’efferato attacco dei super-soldati al parcheggio di case mobili dove vive insieme ad altri veterani di guerra.

Il feroce assedio ricorda Distretto 13 – Le brigate della morte, il capolavoro di John Carpenter, e la stessa colonna sonora di Onslaught – Assalto finale evoca sonorità assai simili ai film del Maestro. La protagonista è più che convincente nella parte: trasuda carisma ed è credibile nelle scene d’azione grazie al suo fascino magnetico da eroina inarrestabile.

Non mancano nemmeno i riferimenti al grande cinema di genere: iconica è infatti una sequenza con la motosega su cui Adam Wingard indugia non poco, rievocando Non aprite quella porta di Tobe Hooper. I movimenti di macchina mettono in risalto una regia che regala adrenalina e ritmo frenetico: sparatorie in cui vengono esplosi migliaia di colpi, corpi deflagrati dai proiettili e da armi da taglio. Onslaught – Assalto finale mette in guardia lo spettatore dall’uso di sperimentazioni segrete vecchie di decenni, con esseri fuori controllo il cui cervello è stato manipolato geneticamente per riportarli in vita dopo la morte e che ora prendono decisioni proprie prive di scrupoli. Tra le righe è un po’ come potrebbe fare l’intelligenza artificiale in un mondo ormai sempre meno distopico, mentre il cuore e il coraggio di una madre sono le uniche armi ancora proprie dell’umanità, in grado di opporre resistenza a sperimentazioni fuori controllo. La stessa raccoglie l’eredità di Sarah Connor alias Linda Hamilton, nelle derive già presentate in film come Terminator di James Cameron —non sarà un caso che nella pellicola appaia anche Michael Biehn, l’indimenticabile Kyle Reese del primo capitolo — in fondo, Skynet non appartiene più alla mera fantascienza.

Di Fabrizio Battisti


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