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Nel pieno dell’infinita calicola estiva, arriva nelle sale dal 12 agosto La fine di Oak Street, il nuovo film del regista David Robert Mitchell, già noto per aver diretto l’horror It follows.

La famiglia Platt, protagonista della storia, ci catapulta in un universo anni ’80 ove un misterioso evento cosmico strappa Oak Street dal resto della periferia, trasportando l’intero quartiere in un luogo sconosciuto e ostile popolato da dinosauri. I protagonisti della vicenda, Greg e Denise Platt, sono incarnati da Ewan McGregor e Anne Hathaway, affiancati da Maisy Stella e Christian Convery nel ruolo dei figli. L’ambientazione anni ’80 è ridondante e fin da subito lo spettatore viene subissato da immagini di serie Tv come Love Boat, Battlestar Galactica e brani musicali dell’epoca. L’effetto nostalgia cerca di ingraziarsi una fetta di pubblico affezionato allo spirito dei classici film d’avventura, fantascienza e monster movie di un’epoca passata. Le suggestioni che rievoca La fine di Oak Street, vanno infatti dai monster movie come Jurassic Park ai film di fantascienza come E.T. L’extra-terrestre ispirandosi chiaramente al cinema di Steven Spielberg, senza dimenticare I banditi del tempo di Terry Gilliam.

David Robert Mitchell firma anche la sceneggiatura, decisamente incoerente e colma di incongruenze al limite del ridicolo, senza lesinare omaggi e strizzatine d’occhio alla cultura woke. Lontano dall’acclamato It follows, il film segna un sensibile fallimento rispetto all’horror esaltato (esageratamente) da pubblico e critica.

La rievocazione degli anni ’80 e il cinema di Spielberg

L’obiettivo è rievocare gli anni ’80 anche attraverso ambientazioni suburbane tipiche di pellicole come Ritorno al futuro, I Goonies e Gremlins, non a caso tutte scritte o prodotte da Steven Spielberg. Se il tentativo di rendere La fine di Oak Street un’avventura per famiglie rinverdendo i fasti di un popcorn movie d’antan poteva essere un’idea apprezzabile, svanisce in un amen di fronte a trovate becere e inutili, come la scena in cui viene immortalato l’accoppiamento di due dinosauri con una polaroid. In più, la quasi totalità delle scene d’azione è al limite del risibile, deludendo anche sul fronte del survival horror dalle venature sci-fi. Il personaggio interpretato da Ewan McGregor inoltre è un bieco quanto vano tentativo di dare spessore a uno dei protagonisti, posizionandosi come un mix tra il George McFly del già citato Ritorno al futuro e il Clark Griswold di Chevy Chase in Un Natale esplosivo(1989), senza tuttavia sfiorare mai l’iconicità di entrambi. Greg Platt è infatti un padre di famiglia imbranato che cerca di mantenere un finto sorriso di facciata, sforzandosi di conservare il controllo e l’ottimismo mentre tutto intorno a lui e alla sua famiglia si sgretola tra minacce preistoriche ed eventi inspiegabili.

Dal punto di vista della gestione della tensione, il lungometraggio segna un altro punto a sfavore: i personaggi appaiono in tutto il loro patinato glamour, con una Anne Hathaway che sembra uscita dall’universo de Il diavolo veste Prada, persino durante le disperate corse a perdifiato per sfuggire ai dinosauri.

I dinosauri come suggestioni allegoriche

La pellicola del cineasta statunitense poteva avere risvolti interessanti, poiché l’invasione di un quartiere suburbano da parte dei dinosauri era un’idea visivamente potente, e ben si prestava a diverse interpretazioni allegoriche. La periferia residenziale rappresenta l’ordine, il controllo, la routine e la sicurezza borghese; il dinosauro, al contrario, è la forza primordiale, l’incontrollabile, il caos e l’estinzione.
Traslando il tutto in contesti attuali, i mostri preistorici avrebbero potuto simboleggiare crisi improvvise come guerre, pandemie o disastri finanziari irreversibili, oltre a costituire una critica all’arroganza dell’urbanizzazione moderna, rammentando alla specie umana di essere soltanto un ospite sulla terra.
Tutto l’universo de La fine di Oak Street, invece, risulta confuso e le soluzioni finali appaiono sbrigative. Emerge un latente egoismo dei protagonisti che, privo del coraggio di una vera scorrettezza politica, affonda la narrazione nella noia. Il risultato è un quadro incoerente, in cui persino l’appendice queer dello script appare come un’aggiunta gratuita e superficiale.

Di Fabrizio Battisti


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