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Dal regista francese Sébastien Vaniček , già applaudito per il survival-horror Vermin, popolato da ragni raccapriccianti, arriva nelle sale italiane La casa – Il rogo del male. Sesto capitolo della celebre saga horror, il film è prodotto ancora una volta da Sam Raimi, creatore dell’originale franchise.

Vaniček sceglie di spingere a fondo sul pedale della brutalità e del disgusto, arricchendo la trama con sottotesti sociali attuali, come la violenza sulle donne senza però tradire i marchi di fabbrica della saga. Tra fiumi di sangue, il regista riesce infatti a rispolverare anche quell’ironia grottesca tanto cara a Raimi.

Il lungometraggio si preannuncia come il capitolo più violento ed efferato di tutto il franchise. L’incipit prende il via da un incidente mortale in cui Alice (interpretata da Souheila Yacoub) perde il marito. Per elaborare il lutto, la giovane donna si ritira con la famiglia del coniuge nella loro isolata casa delle vacanze. Sotto una copiosa e incessante nevicata, l’incontro familiare si trasforma in una riunione infernale: uno dopo l’altro, i presenti vengono posseduti dalle entità demoniache del Libro dei Morti, mutando in mostruosi Deadites.

Un ponte tra passato e presente

L’incipit de La casa: Il rogo del male esplora una zona lacustre, ricollegandosi direttamente all’inizio del capitolo precedente, La casa : Il risveglio del male (scritto e diretto da Lee Cronin nel 2023).

L’intreccio ordito da Vaniček ha l’ardire di riportare la narrazione alle origini delle inquietanti registrazioni del Necronomicon, pur realizzando un’opera autonoma. Qui il protagonista è Joseph (interpretato da Hunter Doohan), nipote del dottore responsabile dell’incisione dei famigerati nastri. All’interno di questo film, i nastri appaiono tuttavia come un semplice espediente narrativo; questo distacca l’opera dalla rivelazione angosciante del leggendario capostipite del 1981 diretto da Sam Raimi, poi proseguito con La casa 2 e L’armata delle tenebre.

La firma di Raimi e quella di Bruce Campbell — l’antieroe per antonomasia della trilogia originale e della serie TVAsh vs Evil Dead — rimangono comunque a garanzia del progetto in veste di produttori esecutivi.

Tra splatter generoso e derive sociali

Se nel 2013 Fede Álvarez, con il suo fortunato remake, aveva riportato l’orrore all’interno della classica baita sperduta nei boschi, i capitoli successivi si sono progressivamente allontanati dalle iconiche baracche di legno. L’opera di Vaniček non fa eccezione: la villetta delle vacanze della famiglia, per quanto putrescente e decadente, è lontana dalla catapecchia delle origini.

Il regista francese è però abilissimo nel preservare lo humour nero della poetica di Raimi. Il merito va soprattutto al personaggio di Polly (Maude Davey), l’anziana nonna affetta da Alzheimer, protagonista di alcune situazioni esilaranti e grottesche in un contesto in cui il sangue scorre a fiumi. A tal proposito, lo splatter è generosissimo e rigenera i fasti del franchise, tra inquadrature in soggettiva demoniaca e l’immancabile pugnale kandariano.

Ciò che si nota è anche un marcato sottotesto legato alla violenza domestica. Attraverso il passato di Alice, maltrattata dal marito, emerge il glaciale silenzio della famiglia di lui. Pur consapevole degli abusi, questa ha sempre preferito mantenere segreti i crimini commessi tra le mura domestiche. Parenti serpenti in salsa demoniaca, mentre Alice deve da sola vedersela con i familiari che intanto si trasformano in deadites.

Seppur lontano dalle origini della saga, in cui Raimi non aveva mai minimamente ipotizzato derive di critica al patriarcato, La casa: Il rogo del male gode di buoni spunti di regia e non delude affatto sotto il profilo dell’orrore, riuscendo anche a donare alla pellicola un’atmosfera inquietante. Accelera poi su sequenze cruente e brutali, strizzando l’occhio ad un cinema del disgusto feroce ed efferato.

Di Fabrizio Battisti


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