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Una leggenda horror metropolitana, un vero Creepypasta ciò che si nasconde dietro l’idea di Backrooms di Kane Parsons . Il giovane regista è stato dapprima l’ideatore dell’omonima web series,nata dalla passione per gli spazi liminali, che si sviluppano in autentiche stanze labirintiche infinite ed extra dimensionali, dalle quali sembra impossibile uscire. Il concetto delle stesse, ha iniziato a farsi largo su internet a partire dal 2019.

La regia del film funziona e Kane Parsons, dimostra di muoversi abilmente negli interstizi tra la realtà che conosciamo e le stanze labirintiche , con un sapiente sfruttamento dello spazio, e geometrie di stampo kubrickiano. I movimenti di macchina esaltano l’angoscia del perdersi all’interno del dedalo caratterizzato da infinite distese di moquette gialla e ambienti vuoti, o a volte contenenti gli oggetti più disparati. Il comparto sonoro, che passa dallo sfrigolio delle interminabili luci al neon , fino al suono dei passi che potrebbero non essere i tuoi….come recita la breve sinossi rilasciata da A24, è fondamentale per un’esperienza sensoriale davvero d’impatto.

L’anno è il 1990, e Clark portato in scena da Chiwetel Ejiofor, (che ricordiamo per il recente The life of Chuck da Stephen King), è un architetto fallito che ha rotto con sua moglie, un uomo afflitto dalle frustrazioni e dai rimpianti, che si è rifugiato nell’alcolismo.Per sbarcare il lunario, vende mobili di scarsa qualità in un negozio situato nella Valle di Santa Clara.È in cura da una psicologa, la dottoressa Mary Kline(Renate Reinsve), per capire cosa non vada nella sua vita e il perché non riesca a voltare pagina dopo il divorzio.Vive nel salone dei mobili, e una notte vi è un insolito blackout, seguito da uno sfarfallio delle luci al neon. Nel seminterrato dove dorme, nota tra le luci e le ombre , uno strano varco nella parete, lo attraversa e si ritrova in un’immensa stanza con pareti e moquette gialla, illuminata a giorno da centinaia di neon, in una dimensione sconosciuta.

Una delle chiavi di lettura di Backrooms potrebbe celarsi proprio dietro il significato di Creepypasta, ossia quelle leggende horror nate sul web , in cui ogni utente può copiarne la base, e aggiungere un pezzo alla storia inquietante. E chi entra in uno spazio liminale, può trovare un frammento di vita vissuta da qualcun altro, e ripartendo da quella , ne muta la continuazione e i significati, applicando al contesto i propri traumi, fornendo elementi inediti, che diventeranno non solo appendici ma anche ricordi che si faranno carne, per coloro che successivamente valicheranno la soglia , fino all’infinito.Nel film di Kane Parsons, questi avranno un ruolo centrale , fondendosi con suggestioni Cronenberghiane, ma anche rievocando la poetica del doppio di David Lynch.

Il focus del lungometraggio si concentra più che sulla trama, su un’esperienza sensoriale

L’orrore percepito agisce a livello psicologico, grazie ad un lavoro in sottrazione, in cui ciò che viene mostrato alimenta il mistero e la leggenda di Backrooms , nonché la curiosità di approfondire la natura e l’origine di tutto.È dal mondo videoludico, che prende spunto il valicare gli spazi liminali, in quello che in gergo viene definito “Noclip” , un glitch che permette di esplorare mappe aldilà delle mura create dal programmatore.E se il film del giovane cineasta statunitense inizia ricalcando le orme della web series , con la soggettiva di un giovane che riprende il passaggio del varco extra dimensionale, in stile found footage,anche i videogame horror si sono ispirati a questa leggenda.

Il lungometraggio esplora le tematiche affrontate nella mini serie per il web, senza spiegarne troppo i risvolti, lasciando la sensazione che l’universo del creepypasta potrebbe espandersi ulteriormente , alimentando la lore del “Noclip”. A tal proposito spiazza un po l’idea che la sceneggiatura di Backrooms non sia opera di Kane Parsons, colui che ha ideato la serie, ma sia stata affidata a Will Soodik, che sembra aver tirato il freno a mano, restando ancorato ad una struttura classica. Si ha invece l’impressione che al timone di regia , nessuno avrebbe alzato il piede dall’acceleratore, spingendo maggiormente sugli aspetti più disturbanti della pellicola, e magari sperimentando un po di più. Nel gioco delle stanze che si ripetono all’infinito, come specchi di una mente che riflette i propri traumi, e quelli delle persone che sono già passate di lì, la creatura del giovane cineasta, poteva godere di un’impronta artistica più autoriale, ma nel complesso l’esperimento è affascinante e riuscito. Tutto ciò infatti stimola lo spettatore a ricercare il significato profondo delle backrooms , ma anche a immaginare perché no di ipotetici sequel, un po come il messaggio nascosto in una scena in cui su un televisore viene trasmesso il film La storia infinita di Wolfgang Petersen, fulgido emblema del potere dell’immaginazione.

Di Fabrizio Battisti


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