Di Pico Sadun

Scarlett Johansson è un’attrice conosciuta in tutto il mondo. Non tutti sanno però che la bionda protagonista di Lost in Translation è anche una pregevole cantante. A dire il vero la sua carriera musicale ha espresso fino ad oggi solo due album, di cui il secondo, Break Up, realizzato insieme a Pete Yorn nel 2009, non ha lasciato un grande segno e non ha avuto alcun seguito.
Peccato perché il suo primo disco, Anywhere I Lay My Head uscito l’anno prima, era un piccolo gioiello, un gioiello passato purtroppo quasi inosservato. Quel disco, a differenza di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, era lontano anni luce dal glamour della diva. Era invece un esperimento intrigante, innovativo e quanto mai ambizioso.
Già la scelta del produttore faceva capire che quella di Johansson non era certo un’operazione commerciale. L’attrice aveva ambizioni artistiche serie e l’aveva dimostrato chiamando a lavorare con lei David Sitek, il musicista geniale dietro ai TV on the Radio, una delle band più nuove e stimolanti della scena statunitense degli anni 2000. Con Sitek, la cantante si è chiusa per più di un mese in uno studio musicale in una zona sperduta della Louisiana, coinvolgendo musicisti di giovani bands innovative
come gli Yeah Yeah Yeahs e i Celebration.
Tra quei musicisti, la Johansson è riuscita a coinvolgere nel progetto anche il Duca Bianco, grande estimatore dei TV on the Radio. Purtroppo la sua voce si sente appena in un paio di canzoni, però la sua presenza aggiunge fascino all’insieme e rende tutto un po’ magico.
Il disco della Johansson è un progetto artistico ambizioso, ma è anche qualcosa di più, è una testimonianza, un vero atto d’amore.
L’amore è quello verso Tom Waits, il grande vecchio artista che ha attraversato 50 anni di musica americana, seminando lungo la strada fascino e suggestioni infinite. Le sue canzoni la Johansson le ha ascoltate e riascoltate fin dall’infanzia e quando ha avuto la possibilità ha voluto omaggiarle cantandole nel suo primo album. E l’ha fatto con rispetto, devozione e per l’appunto amore.
Se la musica è un chiaro omaggio a Tom Waits, la splendida copertina del disco sembra invece un omaggio a David Lynch. Il richiamo evidente è al dipinto “Ophelia” del pittore preraffaellita Millais, però la languida immagine di Scarlett Johansson ritratta come la bella addormentata nel bosco sembra il fotogramma di un film. La visione attraverso il buco nel tronco di un albero crea poi un effetto voyeuristico, dolce e sottilmente perverso, come appunto nel cinema Lynchiano.
Anche il disco, in qualche modo ha l’andamento di un film, e d’altronde quale modo migliore per ricordare il mondo artistico da cui la Johansson proviene?
Il primo brano, lo strumentale Fawn, è un intro che potrebbe tranquillamente accompagnare i titoli di testa di un film immaginario. Ci sono solo organo, fiati e percussioni, e un’atmosfera da sogno circense degna di un quadro di Chagall.

La voce della Johansson compare nella successiva Town With No Cheer. Per chi potrebbe aspettarsi il mondo sonoro di Waits l’impatto è sorprendente. Differenti sono i suoni, differente è la voce e differente è anche lo stile vocale. La Johansson sa di non essere Tom Waits, non vuole primeggiare e preferisce nascondersi dietro gli strumenti, delineando però con la sua esile voce una sinuosità melodica impossibile per la voce da orco di Waits. Forse lo fa per rispetto nei confronti del maestro, o
forse per una precisa scelta di Sitek, che attorno alla sua voce costruisce una vera polifonia, ben più ricca e complessa rispetto al suono scarno degli originali di Waits.
Drum machine, batteria, muri di chitarra, fiati ed organo vengono sovrapposti in ogni brano come se fossero le pennellate di un pittore.
Le melodie sono quelle splendide scritte da Waits, ma la cantante-attrice le
arricchisce di un Pop appeal che le rende incantevoli e sottilmente sensuali. In una delle canzoni più intriganti del disco, Fannin Street, dietro la voce della Johansson si sente nei cori distintamente quella di David Bowie e diventa davvero difficile contenere l’emozione.
L’ispirazione di Bowie e della sua musica si sente in tutto il disco. E così anche quella di Lou Reed, tanto che in Song for Jo, l’unico brano scritto dalla Johansson insieme a Sitek, sembra quasi di sentire i Velvet Underground. E il timbro basso della voce ricorda un po’ Nico e un po’ Marianne Faithfull.
David Bowie e Lou Reed sono di sicuro tra gli ispiratori del progetto, ma è facile immaginare che tra i dischi ascoltati negli anni da Johansson e Sitek ci sia anche la migliore New Wave. Tanto che la classica I Don’t Wanna Grow Up più che alla versione originale di Tom Waits si avvicina a quella dei Ramones. E la Johansson aggiunge poi quel tocco pop che la fa sembrare quasi una canzone dei Blondie.
Tutto il disco in realtà si muove su binari molto distanti dal mondo musicale di Waits. Proprio questa distanza è ciò che a nostro avviso rende l’operazione interessante, ma è anche ciò che inevitabilmente ha indispettito i puristi del cantante americano. A questo si è aggiunta poi la diffidenza di quelli che hanno visto il disco come un’operazione commerciale o tutt’al più il capriccio di una diva annoiata dalla sua carriera cinematografica. E così in pochi si sono accorti di questa
piccola gemma musicale.

Un ascolto attento del disco ci fa scoprire invece un progetto originale e sincero dove proprio l’amore per Waits ha portato la Johansson a voler riproporre le sue canzoni come se fossero canzoni nuove, come se nessuno le avesse ascoltate prima, come se ancora potessero brillare e sorprenderci una volta di più.


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