Di Pico Sadun
Fin dal suo apparire nel 2010, Chelsea Wolfe si richiama al Dark dei primi anni ’80, di esso coglie lo spirito romantico e maledetto, ne rinnova però le forme espressive, come poche volte era accaduto prima di lei.
Già nei primi due dischi, The Grime and the Glow e Apokalypsis, la sua musica va oltre i canoni del genere; si contamina con il Folk e si sporca con il Blues. Il suono è ruvido oltre il low-fi, essenziale, scarnificato fino alle ossa. Poi negli anni quel suono si evolve, diventa stratificato, elettrico e aggressivo, con disturbi elettronici che aprono verso il noise e l’industrial.
Queste nuove sonorità già compaiono in Pain is Beauty del 2013, ma Il disco della svolta è il successivo Abyss del 2015, dove Chelsea Wolfe delinea in modo netto una coerenza di forma e contenuto che diventerà per lei da qui in avanti una vera cifra stilistica.
Già dalla copertina si capisce che l’ascolto del disco sarà un viaggio verso l’ignoto.
L’immagine sembra tratta da un film di David Lynch e dà subito l’idea della vertigine sonora verso cui stiamo per cadere.
L’attacco con Carrion Flowers è folgorante. E’ un Noise elettronico cupissimo, con ampi squarci lirici, dove la sua voce salmodiante sembra recitare un qualche misterioso rito sacrale. Tutto il disco si muove lungo le stesse coordinate, in una alternanza continua di estasi celestiale e dannazione infernale.
Forse non è un caso che le prime note di un brano dolcemente malinconico come Maw evochino immediatamente il sorriso angelico e insieme disperato di Laura Palmer. Potrebbe essere la colonna sonora di Twin Peaks. In fondo Laura Palmer non è altro che un’anima dannata che cerca la redenzione e così si può dire anche di Chelsea Wolfe.
Il disco è esattamente il precipitare verso l’abisso, un abisso sonoro, mentale e spirituale. E lo si percepisce chiaramente in brani come Grey Days o After the Fall, o ancor più in Dragged Out, in cui sembra quasi di sentire i lamenti disperati delle anime precipitate verso il buio eterno del nulla. Abyss è un’opera complessa e stratificata. In essa ogni brano è legato all’altro come se fossero parti di un unico organismo o capitoli di un unico libro, o scene di un unico film.
Così le canzoni si succedono in un fluire continuo di emozioni, tutte intense, tutte bellissime. Non ci sono momenti di pausa, la tensione è sempre altissima, anche nei momenti più dolci e apparentemente sereni, come in Simple Death, la cui struggente melodia per un attimo accarezza il cuore, per poi graffiarlo senza pietà nella successiva Survive. Qui il crescendo di tensione è lento e graduale, fino a sfociare in una sarabanda infernale che, come un violentissimo tornado, travolge ogni cosa.
Il finale del disco è memorabile: prima i brividi sulla pelle e nelle ossa lasciati dalla devastante Color of Blood, e infine in chiusura l’inquietudine profonda di The Abyss, dove Chelsea Wolfe gioca con le dissonanze e i contrasti sonori, per poi lasciare senza fiato con un solo di viola straziante che chiude il disco riportando alla memoria John Cale e i Velvet Underground.
Il cerchio si chiude, il viaggio finisce. Ma nell’universo di Chelsea Wolfe si rimane intrappolati come in un incantesimo, e così è inevitabile ricominciare l’ascolto e riprendere il viaggio…


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