Di Pico Sadun
La copertina di un disco spesso è l’immagine della musica in esso contenuta.
Così è per un disco come The Buried Storm, seconda (e per ora ultima) opera discografica di Jayn Maiven, in arte Darkher. La cantante inglese, dopo un paio di EP già degni di nota, aveva lasciato un segno profondo nel 2016 con Realms, album in cui aveva definito con forza il suo stile: un Dark crepuscolare, che oscilla tra Folk apocalittico e Doom, conservando sempre un’aura romantica e notturna.
Anche lì la copertina del disco rappresentava chiaramente la musica in esso contenuta. Era una foto virata in nero, dove da una oscura bruma agitata dal vento, emergeva la figura anch’essa nera della cantante. Un’immagine cupa e minacciosa che faceva presagire eventi tragici ineluttabili.
Nella copertina di The Buried Storm invece il nero è stato sostituito dal grigio, e la cantante è vestita di bianco, ripresa di spalle di fronte ad un mare calmo, increspato appena da qualche onda.
Nell’universo di Darkher non c’è spazio per i colori, solo il nero ed il grigio. Tutto ciò che riporta all’esperienza terrena viene sostituito da una tensione profonda verso l’assoluto.
Il grigio qui segna un cambiamento significativo ed introduce all’atmosfera che si respira nel disco, dove al clima da tragedia di Realms si sostituisce una malinconia profonda che permea ogni istante dell’ascolto.
Ciò che lega i due dischi è un rispetto per la natura sacro e assoluto. Se in Realms era la bruma desolata, in The Buried Storm è il mare, quel mare che travolge e poi torna quieto e magnifico.
Ecco, la musica di The Buried Storm è esattamente come il mare ritratto in copertina.
I primi due brani scuotono l’anima come nel disco precedente.
L’intro di Sirens Nocturne è un accordo penetrante di organo che lascia spazio ad un breve canto magico. Poi una chitarra distorta e la voce delle sirene. Infine solo un violoncello e l’eco lontana di una marea che inizia a crescere.
Senza soluzione di continuità, Lowly Weep si apre con lo stesso violoncello, ma qui il canto è più definito e si resta davvero incantati dalla voce meravigliosa di Jayn.
La marea cresce e travolge ogni cosa. Un ritmo marziale fa presagire gli scontri epici di una battaglia e dopo un breve attimo di quiete la chitarra e la batteria diventano martellanti, rendendo il suono sempre più cupo e ossessivo. Si sente ancora il Doom del disco precedente. E’ la violenza incontenibile della natura che si fa beffe delle miserie umane.
Poi la marea si placa, e saranno solo melodie struggenti ad accompagnare l’ascolto.
E allora verrà la malinconia di Unbound, seguita da Where The Devil Waits, dove la voce disegna linee di bellezza assoluta tra arpeggi di chitarra acustica, violoncello e violino.
L’incanto continua con la successiva Love’s Sudden Death.
Qui il ritmo incisivo ed ipnotico fa pensare al Post Rock visionario dei Godspeed You! Black Emperor o anche a certo Progressive romantico dei primi anni ’70.
E’ La voce però a regnare su tutto, una voce che viene dalla tradizione del Folk anglosassone ma diventa intensa e drammatica come nel Folk raramente accade. Una voce che nella sua profonda malinconia ricorda a tratti la meravigliosa Beth Gibbons dei Portishead.
Il mare, raffigurato nella copertina, compare come protagonista nel brano successivo, intitolato appunto The Seas.
La magia è quella di brani antichi e immortali, come I Talk to The Wind dei primi King Crimson o Dusk dei primi Genesis. Anche qui le note sono sospese in un passato mitico dove ancora era possibile il matrimonio tra uomini e natura e l’armonia regnava su ogni cosa.
In un susseguirsi continuo di emozioni, i suoni finali di The Seas aprono alla meraviglia totale di Immortals.
Tornano i ritmi marziali e le bordate di chitarra distorta che riportano al Doom degli esordi, ma sono immersi in una melodia incantata che rapisce l’anima.
Come una strega antica, Darkher compie i suoi riti magici e ci ruba mente e cuore nel brano conclusivo, Fear Not My King. Accordi drammatici di piano, violoncello e una melodia struggente che commuove ed emoziona ancora una volta.
La natura, il sacro, la magia, l’assoluto, una spiritualità profonda, l’incanto totale, tutto questo è la musica di Darkher, e noi non possiamo che restarne ammaliati.


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