154-Wire

154-Wire

Di Pico Sadun

Questo disco è un capolavoro.
La recensione potrebbe anche concludersi così e non ci sarebbe altro da aggiungere.

Proverò però a spendere qualche parola in più e a cercare di spiegare il perché di una tale affermazione.
154 esce nel 1979, quando ormai l’esperienza rivoluzionaria del Punk aveva esaurito la propria spinta propulsiva e per descrivere la scena musicale si iniziava a usare il termine New Wave.
Gli Wire nel Punk erano nati, ma già il loro disco d’esordio Pink Flag del 1977 andava oltre i limiti del genere, con invenzioni assolutamente geniali come brani dalla durata quasi impossibile di una manciata di secondi.
Poi l’anno dopo era venuto Chairs Missing e le cose si erano parecchio complicate. Emergeva in quel disco un approccio artistico e intellettuale difficile da ritrovare negli altri gruppi protagonisti della stagione del Punk. Gli Wire erano rumorosi e selvaggi, però avevano una visione nuova, una
voglia di sperimentare e giocare con i suoni che ricordava quasi certi artisti degli anni ’70 che dal Punk sembravano essere stati travolti.
In più di un brano si sente infatti risuonare la magia psichedelica dei primi Pink Floyd e di sicuro Syd Barrett è stato per i quattro ragazzi londinesi un riferimento costante nella creazione dei loro brani.
Chairs Missing era un disco rivoluzionario, qualcosa che non si era mai sentito prima. Difficile pensare che si potesse fare di meglio.
Ma 154 va ancora oltre. E’ incredibilmente evoluto, colto e raffinato. Incisivo, a tratti trascinante, ma insieme sperimentale e psichedelico.
L’iniziale I Should Have Known Better è potentissima. Chitarre taglienti, basso pulsante, ritmica essenziale, e una voce bassa, calda e profonda.
E’ la voce di Graham Lewis, il bassista. Ma non è solo lui a cantare. Già nel brano successivo, Two People in a Room, la voce è quella di Colin Newman, ed in contrasto con quella di Lewis, è alta, espressiva, aggressiva, dalle mille sfumature. Entrambe sono voci teatrali, ben lontane
dall’urgenza del Punk. In 154 tutto è studiato, artefatto, teatrale e quelle degli Wire non sono semplici canzoni, sono brevi film, densi, profondi e spesso drammatici.

Così è ad esempio l’enigmatica The Other Window. Più che una canzone, la colonna sonora di un film noir, con la voce narrante in primo piano e voci e rumori inquietanti sullo sfondo. Un dramma misterioso si sta svolgendo da qualche parte e di quel dramma se ne avverte l’eco inquietante.
La stessa inquietudine pervade la meravigliosa A Touching Display. Un brano di un’intensità impossibile da immaginare, con un lungo finale di suoni roventi e distorti davvero devastante. Si avvicina al Dark, ma il senso di dannazione va anche oltre il genere, diventa metafisico, assoluto,
definitivo.

Ancora più teatrale e sottilmente angosciante è Indirect Enquiries. Un brano costruito con una regia precisa e implacabile. Tutto ruota attorno ad un ossessivo riff di basso distorto, con la voce di Newman che cresce sempre più intensa e drammatica. E nel lungo finale la semplice frase You
d’been defaced
, ripetuta all’infinito, diventa un urlo assurdo e insopportabile, tra Munch e Kafka.
Ciò che è veramente incredibile e che rende affascinante l’ascolto è che nonostante la teatralità drammatica e la continua sperimentazione sonora, alla fine tutti i brani del disco sono delle canzoni. Vere e proprie canzoni, molte delle quali caratterizzate da un forte appeal melodico.

E’ una deliziosa canzone ad esempio A Mutual Friend, un pop geniale che si sviluppa con continue variazioni di temi e di toni e che nei cori finali ricorda il Brian Eno pop dei primi dischi, quando ancora non aveva inventato l’ambient per film e aeroporti.
Ancora più leggera e intrigante è Map Ref. 41 Degrees North 93 Degrees West, con un ritornello micidiale. Pop perfetto per degli sperimentatori ostinati.

Potrebbe sembrare una contraddizione. Pop e ricerca sonora nello stesso linguaggio musicale. Ma questi sono gli Wire, un gruppo pop d’avanguardia, con salde radici nel Punk e nel Rock psichedelico.
Quello che fa convivere i vari elementi, apparentemente inconciliabili, è l’approccio rigoroso, metodico e quasi scientifico alla materia musicale. Quel rigore che esclude tutto ciò che non è essenziale, quel rigore che riduce, lima, scarnifica, denuda fino a raggiungere l’ossatura centrale
della musica. Ne deriva che il loro suono è sempre obliquo e fortemente ipnotico. Melodie pop si, ma con disturbi sonici costanti e perturbanti.
154 è un disco epocale, che rappresenta anche il punto finale della prima fase di vita del gruppo. Poi, otto anni dopo gli Wire si sono riformati e ancora oggi sono attivi. Forse si sono spostati di più verso il pop e di certo non hanno raggiunto i vertici dei primi dischi, ma la loro
musica resta comunque di alto livello, lontana dalla facile ricerca del successo e tesa verso soluzioni musicali originali, con lo stesso spirito delle origini.

Nel periodo intercorso tra 154 e oggi i componenti degli Wire hanno continuato a sperimentare con i suoni e con le canzoni, dando vita ad altre esperienze musicali, sempre originali e innovative.
Colin Newman ha intrapreso una straordinaria carriera solista, nel segno di quella che era stata l’esperienza degli Wire, in bilico tra pop e sperimentazione. Ad essa negli anni ha affiancato progetti alternativi artistici insieme alla moglie, Malka Spigel, cantante e musicista che ricordiamo negli anni ’80 come bassista dei Minimal Compact.
Graham Lewis insieme al chitarrista Bruce Gilbert ha invece dato vita ai Dome e ai Duet Emmo, gruppi in cui non c’è spazio per il pop e invece costanti sono la ricerca sonora ed il rigore, anche a costo di risultare talvolta spigolosi e spesso disturbanti.
Il rigore che contraddistingue la musica degli Wire e dei loro progetti paralleli, oltre che nella musica, è evidente anche nelle copertine degli album.

Quella di 154 non è solo la copertina di un disco, è un vero e proprio quadro. Un’opera realizzata dagli stessi Wire (Gilbert e Lewis ne sono gli autori), ispirata all’arte astratta di Mondrian e di Kandinskij.
La visione dell’arte, seria, meditata e rigorosa con cui gli Wire hanno affrontato ogni lavoro si esprime tanto nelle immagini quanto nella musica. E forse è proprio per il loro approccio artistico, lontano da ogni logica commerciale, che a distanza di quasi cinquant’anni un disco come 154 non risente più di tanto del tempo, e suona ancora nuovo e originale come pochi altri.


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